Ludovico Ragghianti
La pittura di Mauro Grumo è a caduta libera nell’abisso del colore, distillato e quintessenza della natura delle Murge, come appare spaccata dal sole, affogata d’agosto e mille volte risorta e rediviva sotto il cielo pregno di pioggia. Come appare soprattutto a chi vi è nato. Dunque la prima questione per chi voglia descrivere questi lavori è la loro aderenza, la loro totale adesione, la loro coincidenza quasi con le emozioni che si provano innanzi agli sconvolgimenti del clima. Non servono vulcani, non serve un tifone o un maremoto per scoprire che in una quinta di paesaggio, in un brandello di terra c’è una forza infinite volte superiore a qualsiasi meccanismo umano, a qualsiasi ingranaggio di macchina, a qualsiasi emulazione informatica.
Mauro Grumo misura sul proprio spirito gli spazi portati sino all’infinito, sino all’incontro della terra e del cielo, riassumendo nell’arte come una necessità di espressione, come la volontà di mostrare che il proprio spirito è folgorato ed è una cosa sola con le pietre, le piante, le acque e l’aria. Si tratta in fondo di un ritorno, sull’onda lunga delle avanguardie, al romanticismo, alla predicazione dell’artista come uomo non semplicemente fuori dalla regola, ma più propriamente posseduto dal Dio, invasato quasi, pregno di virtù profetiche e capace di raffigurare tutti gli sconvolgimenti del mondo, in ciò augurandoli o contrastandoli, come è di un essere superiore.


