Ludovico Ragghianti

La pittura di Mauro Grumo è a caduta libera nell’abisso del colore, distillato e quintessenza della natura delle Murge, come appare spaccata dal sole, affogata d’agosto e mille volte risorta e rediviva sotto il cielo pregno di pioggia. Come appare soprattutto a chi vi è nato. Dunque la prima questione per chi voglia descrivere questi lavori è la loro aderenza, la loro totale adesione, la loro coincidenza quasi con le emozioni che si provano innanzi agli sconvolgimenti del clima. Non servono vulcani, non serve un tifone o un maremoto per scoprire che in una quinta di paesaggio, in un brandello di terra c’è una forza infinite volte superiore a qualsiasi meccanismo umano, a qualsiasi ingranaggio di macchina, a qualsiasi emulazione informatica.
Mauro Grumo misura sul proprio spirito gli spazi portati sino all’infinito, sino all’incontro della terra e del cielo, riassumendo nell’arte come una necessità di espressione, come la volontà di mostrare che il proprio spirito è folgorato ed è una cosa sola con le pietre, le piante, le acque e l’aria. Si tratta in fondo di un ritorno, sull’onda lunga delle avanguardie, al romanticismo, alla predicazione dell’artista come uomo non semplicemente fuori dalla regola, ma più propriamente posseduto dal Dio, invasato quasi, pregno di virtù profetiche e capace di raffigurare tutti gli sconvolgimenti del mondo, in ciò augurandoli o contrastandoli, come è di un essere superiore.

A tirare le somme questo è il nocciolo della verità, e dunque il dovere, per Hokderlin (il canto lontano delle Poesie della torre…), Wagner, Nietzsche ed in fondo anche dei molti Jurodivye di Dostoevskj (non a caso amati ed ammiratissimi da Freud nei suoi preoccupati spasmi per le convulsioni dello Spirito). In certo modo tutta la cultura romantica (che è poi dire gli ultimi due secoli nella storia del mondo) recupera nei paesaggio e nella natura la forza suprema, la sorgente prima della fantasia e della religione (ed è nota l’identità che pose Hegel). Per la stessa vocazione. per la stessa necessità Grumo dipinge a tinte potenti, quasi pure, come per accendere di improvviso la tela, come per ricavare su uno spazio piano, sopra un tessuto teso e incapace di profondità, il luogo prediletto per le esplosioni dello Spirito creativo e per tentare una creazione, una rigenerazione dell’universo. Come tutti gli artisti che gli abbiamo accostato Grumo ritiene l’arte una medicina, la estrema riserva, lo spazio incorrotto dai mali del mondo.
Come questi, però, Grumo prende il succo amaro (e quante volte la creazione è dolore) perché un quadro porta la propria testimonianza di salvezza molto oltre i pittore: un quadro è in qualche modo un manifesto, un messaggio. Può essere steso con fini politici, vagamente sociali, oppure, come per Grumo, con un intento più ampio, esteso alla natura tutta, alla violenza che l’uomo le porta e le violenze ancora maggiori che proietta contro se stesso. Un paesaggio diviene dunque una metafora perfetta ed una compiuta descrizione del nostro tempo, sorto e morto mille volte sotto la minaccia di una guerra nucleare. Sono ammonimenti forse inconsapevoli i lampi di luce di Grumo, la terra talora arrossata come di sangue, in cui è perso ogni particolare, è persa l’erba ed il sasso in forme filamentose, secondo una geometria organica e viva. Fuori dalla città, in assoluta distanza dalle “camere dei bottoni”, Grumo ha osservato nelle proprie campagne il tempo divorare l’immagine e persino il ricordo di età che ora appaiono molte volte migliori (con sentimento vicino a quello di un grande vecchio del ‘900, anch’egli inventore di mondi sulla falsa riga di mari e cieli sconvolti, J. R. R. Tolkien).
Grumo ha recuperato l’Apocalisse, l’Armageddon nelle terre di Puglia, sintetizzando e prefigurando una eguale tragedia di eventi sull’orizzonte dell’umanità intera. Non ha descritto guerre, ma ha reso meglio questo sentimento, questa visione sconvolta nei suoi brandelli di paesaggio. Ma la pittura di Grumo non è un piangersi addosso, non è una litania disperata. È un grande romanzo al termine del quale (e in ogni capitolo, cioè in ogni quadro) sì apre la luce. È una pittura fatta di vita, di colori che proprio perché descrivono la passione estrema sono il segno di una umanità non vinta o spossata ma forse semplicemente troppo piena di sé, di una umanità che mantiene riserve morali e fisiche sufficienti a ribaltare il corso della storia. Perciò Grumo mentre mette in guardia, anche sollecita a un nuovo coraggio, alla comprensione che non può esistere una civiltà che allontani da sé come un nemico la natura e la fantasia. C’è una certa dolcezza, fine, nelle descrizioni di queste colline della Murgia, c’è una partecipazione intensa che muta la tinta pura in esiti di gesso e di pastello. Come accadde a mezzo degli anni ’50 (cioè dopo Hiroshima) la pittura di Grumo tende all’astratto, redamando uno spazio autonomo ed una diversa capacità di intuizione rispetto alla fotografia e al realismo: Grumo non si accontenta di raccogliere i fatti, ma come Afro, come Birolli, come i Cobra e la “pittura nucleare”, Grumo scopre la realtà non sulla realtà, ma dentro. Non rimane alla buccia, alla pelle, sa che gli uomini sono fatti di sentimenti e (meno) di intelletto: la sua pittura è un tentativo di comprensione, la parola raccogliendo il senso di indagine e soprattutto di cristiana pietà.
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