Vittorio Sgarbi

Quella di Mauro Grumo è una pittura fatta di luce, di colore, di passione, di segno. È un trionfo di energia e di pulsione vitale, un omaggio non solo alla vitalità e voracità della sua terra natale, coi paesaggi delle Murge infuocati di luce e di colore (quei paesaggi, come li ha voluti descrivere Raffaele De Grada, che paiono “spuntati da un dio infernale, coi grumi di terra e gli arbusti che non riescono a trovare la felicità dell’atmosfera”), ma anche alla vitalità e alla ricchezza cromatica della pittura, della sua storia, del suo lungo e accidentato percorso nel corso del travagliato Novecento, nel suo passare dalla pittura di figura all’informale, dalla rappresentazione del reale alla più ardita sperimentazione, in breve dalla tradizione all’avanguardia.
Grumo ha dipinto con instancabile vitalità il paesaggio della sua Puglia, rendendo nei suoi colori accesi, nella pennellata densa e materica, nel segno fermo e resoluto la forza inespressa, la violenza, l’energia vibrante e spesso incontrollata che ne agita sotterraneamente la sua superficie.

L’artista ha dipinto con energia, con passione, con rabbia e con disperazione quasi, le colline millenarie e di un paesaggio che sotto la pressione di un forte talento e di un’indubbia sapienza tecnica sembra riprendere vita in una tavolozza ricca di colori accesi e di contrasti, di vibrazioni cromatiche e di inaspettate luminescenze, di ombre e di improvvisi bagliori. In questo mai trattenuto vigore sembra infatti intravedersi e quasi poter respirare, di quei paesaggi che l’artista ha solcato e ha abitato per tutta la vita, il ritmo intenso e furente, i suoni sotterranei, le voci accorate, i drammi sopiti, rimbombanti e vibranti sotto i segni, le pennellate drammatiche e i colori intensi e decisi del pittore. Sono quelle tensioni e quelle “vertigini del pensiero e del sentimento”, come le ha definite lo stesso pittore, che sulla tela prendono vita a partire da apparentemente semplici fatti ed espressioni naturali: il profilo di una collina, la silhouette di un cardo adagiato in un campo, un tramonto che sembra infuocare il paesaggio delle Murge, ma che di quelle vertigini interiori, di quelle angosce, di quegli “spazi oscuri” diventano essi stessi trasfigurazioni e quasi perfette e angosciose metafore.
Torna in alto