Carlo Munari

All’origine della pittura di Mauro Grumo stanno la pietà e la collera: pietà per la condizione dell’uomo oltraggiato dalle storture di una civiltà degradata. e collera come reazione, impulsiva e appassionata forse prima che ideologica, all’ingiustizia e al sopruso. Grumo è un artista che non cede alle tentazioni degli edonismi di comodo (anche la contestazione in pittura talvolta si fa moda), che dipinge insomma non per compiacere al gusto altrui ma per l’indifferibile necessità di esprimere un messaggio rivolto alla collettività. Un messaggio nudo, scoperto, senza sottintesi, tradotto a livello linguistico sulla spinta di una tensione emotiva ma nutrito anche da una cultura adeguatamente filtrata, da quel barocco meridionale, in particolare, alla cui iconografia Grumo s’abbeverò fin dalle stagioni dell’infanzia constatazione, questa, che attesta la fedeltà dell’artista alla propria origine e da una riflessione critica dell’espressionismo, massimamente di quel filone del movimento promosso dall’istanza sociale.

La terribilità di alcune immagini, un repertorio di corpi macerati, miseri relitti di torture, e di volti ghignanti nel segno della disperazione e dell’angoscia, e la desolazione di altre, paesaggi che evidenziano la solitudine di muri di calce aggrediti dalle sterpaglie di fronte a spazi immensi di campagne o di marine, indicano la misura della partecipazione di Grumo alla vicenda umana. Partecipazione da cui scatta appunto il grido di rivolta o la parola di una pietosa solidarietà.

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