Bianca Tragni 1
C’è una Puglia sconosciuta, appartata, scontrosa e solitaria che è fuori di ogni iconografia sia turistica che artistica. E’ la Puglia più interna, l’osso scarnificato di questa terra, quel tetto ondulato e uniforme che la conduce a saldarsi con la montuosa Lucania, lungo l’altopiano delle Murge. Qui la collina perde ogni connotazione morbida e romantica per restare nella sua spoglia nudità di roccia emersa da glaciazioni quaternarie e degradata da secoli di sfruttamento e sottosviluppo. Non fiumi, non ruscelli, non boschi, non valli ci sono sulla Murgia.
Solo uomini e pietre.
Uomini e pietre dipinge Mauro Grumo, come emblemi di una condizione esistenziale che coinvolge la figura e il paesaggio in un unico discorso pittorico. Ma è proprio all’artista che questa terra povera e scabra rivela tutta la sua vita segreta, le sue umiliazioni ecologiche e i suoi pudori sociali. Come una donna meridionale, essa per aprirsi ha bisogno di essere amata, fortemente e autenticamente. Anche da un artista. Soprattutto da lui.
L’operazione paesaggio diventa allora in Mauro Grumo un fatto profondamente stilistico e umano, esistenziale e sociale. Il cromatismo pastoso che si condensa nei toni violacei di una terra ridotta a volumi inseguentisi all’orizzonte, partorisce la figura. Drammatica e fuggitiva, essa cerca scampo fuori di questa Murgia disperata, e fuori dal quadro che la contiene. Ma anche la figura è rivissuta nel tormento della carne, livida e martoriata; nella forza della sofferenza a lungo sopportata; nell’amarezza dell’esilio a stento accettato. La “fuga dal paesaggio”, tema così ricorrente in questi dipinti, in fondo non è altro che l’emigrazione, la grande rivoluzione silenziosa della gente del Sud, con cui essa si è sradicata dalla sua terra, lasciandola ancora più deserta e squallida.
Ma quella di Grumo, tuttavia, non è mai pittura che s’abbandona in qualche modo a possibili, dolciastri languori. Intrecciata ai sentimenti ma non “sentimentale”, infatti, essa è anzi percorsa in ogni momento da una ben registrata energia d’espressione, da una controllata violenza che giunge ad increspare le superfici dell’immagine ed a tenderle in vibranti definizioni plastiche, di convincente ed efficace solidità.
Questa felice confluenza tra sensibilità e forza è certo la qualità più suggestiva e personale del suo lavoro, fatto dell’asciutta semplicità delle cose autentiche.
Sembra che solo i cardi possano fiorire sulla Murgia. E Mauro Grumo li assume nella propria arte e fa della loro secchezza di spine un simbolo di suprema bellezza. Senza nulla concedere alla leziosità, alla morbidezza, alla retorica del bello e del fiore, l’artista trae accordi insospettati, armonie segrete dall’accostamento di rovi, cardi, ferule e spine.
Ne vengono fuori trionfi floreali degni della migliore arte fiamminga, laddove lussureggianti “bouquets” di tulipani rappresentavano e fissavano sulla tela nei secoli l’opulenta sicumera della crassa borghesia olandese del XVI secolo, mentre qui gli ispidi mazzi di cardi rappresentano e fissano sulla tela la scarna povertà dei proletari meridionali del XX secolo. Tutto questo in Mauro Grumo diventa materia prima per una nuova figurazione che ha poco di realismo e nulla di paesaggismo, pur essendo maturata lungo esperienze naturalistiche classiche e tradizionali. Una nuova figurazione che è filtrata attraverso le scomposizioni cubiste e gli intensi colorismi post – impressionisti per approdare ad una astrazione pura, di grande raffinatezza. Ed è il dramma dei rossi lancinanti fra i grigi delle pietraie carsiche per un paesaggio violentato e corroso; è la disperazione di orbite vuote e di corpi macerati per una umanità violentata e corrosa; è l’omaggio di una natura povera a un’umanità dolente e autentica.
Ecco come la Murgia di Mauro Grumo diventa essa stessa categoria dell’umano, simbolo naturale di una dissociazione perpetrata come un delitto fra l’uomo e il suo ambiente, emblema di un possibile riscatto e ritorno alle fonti genuine della vita, luogo di “pietosa solidarietà” (Munari) per gli affranti e i derelitti.
E solo ai poeti che sanno vederla così la Murgia rivela allora le sue dolcezze, le sue bellezze, le sue speranze: un velo rosa di asfodeli tremanti al primo soffio di primavera; un giovane vigoroso che maneggia una motozappa per strappare lembi di terra alle pietre; un’ombra di frescura al riparo della canicola martellante, per rinfrancare le membra spossate e cotte, nell’antro di una grotta millenaria; la tranquilla serenità di vasti orizzonti lontani.
Così, tra passato e futuro, nella. vita presente degli uomini, si tessono il dramma e l’elegia.

