Bianca Tragni 2

Bentornato, pittore della Murgia.
Ma la Murgia non c’è più nelle tue tele; c’è solo pittura allo stato puro, cioè colore ed emozione, squarci di luce e balenii di tenebre. Dopo circa dieci anni di riflessione, in cui hai volutamente lasciato a riposo i pennelli, essi sono tornati nelle tue mani più carichi di prima di pathos e tensioni drammatiche. Hanno messo da parte le figure, sia pure le “neofigure” che con tanta sapienza tratteggiavi, e si sono imposti con un cromatismo prorompente, tutto materia e colore, espandendosi su superfici sempre più ampie, guizzando su percorsi verticali, cedendo direttamente al tubetto o alla mano dell’artista che cerca col contatto fisico di esteriorizzare al meglio il suo ethos profonda. Il quale assorbe e rimanda risonanze di dolore universale.
Ma anche i drammi della famiglia moderna parcellizzata e alienata, o dei giovani d’oggi insidiati dalla droga e ottenebrati dal consumismo, caricano di tensione interiore l’artista Mauro Grumo e lo spingono a tornare ai pennelli. La sua evoluzione stilistica verso l’astrazione pura e  l’informale sintetico, in cui ogni discorso si fa più essenziale, non è abbandono dei suoi temi classici, tradimento delle radici, ma al contrario ne è conferma e graduale sviluppo.
L’ambiente murgiano  è stato sempre anche ambiente umano per Mauro Grumo. Così oggi l’ambiente umano della sua tavolozza (violenta, brillante, decisa, a volte cupa nelle sue campiture livide, ma sempre omogenea) fa intravedere ancora quell’ambiente murgiano da cui è partita: basta un piccolo orizzonte in lontananza, una macchia verde come simbolo del bosco, uno spacco come segno di una grave, un’arcata come immagine di un viadotto per dare il senso di un paesaggio sul quale può abbattersi una folgore bianca che squarcia e schiaccia questo tentativo del passaggio (cioè di una creazione razionale dell’uomo) di esistere hic et nunc. Quel fulmine, come ogni maledizione biblica, cancella ogni tentativo di narrazione iconografica e ci riporta ai blu scuri della terra (ma sarà terra?), ai verdi cupi del cielo (ma sarà cielo?), ai rossi guizzanti delle lacerazioni umane, soltanto umane.
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